(ANS – Santiago) – “Pensi che quello che sta succedendo con il coronavirus nel mondo accadrà anche qui?”. Ricordo che una collega me lo chiese venerdì 13 marzo 2020. Due giorni prima l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) aveva dichiarato ufficialmente la pandemia, dal momento che erano già stati segnalati casi in 114 Paesi di quattro continenti. Il virus veniva identificato come Sars-Cov-2, e i suoi effetti come la malattia respiratoria acuta Covid-19.

Questo agente infettivo identificato e precedentemente sconosciuto è stato in grado di causare problemi di salute pubblica a livello globale. Abbiamo visto e continuiamo a vedere migliaia di bare portate nei cimiteri e nei crematori. Poche persone li accompagnano. I morti non sono mai numeri. Sono persone con nomi, biografie, famiglie. Sono figli di Dio. Tutto questo fa spaventoso. La civiltà e la nostra stessa esistenza che crollano come un castello di carte.

“Da qualche settimana sembra che tutto sia diventato buio… Ci ritroviamo spaventati e persi. Come i discepoli del Vangelo, siamo stati coinvolti in una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto che eravamo nella stessa barca, tutti fragili e disorientati”, ha ben sintetizzato Papa Francesco.

Covid-19 ci ricorda quanto siamo vulnerabili. Ci mette in situazioni estreme: malattia, dolore, fallimento, morte. Allo stesso modo, la paura mette in evidenza, in misura maggiore o minore, il nostro egoismo. Accumulo di prodotti, aumento dei prezzi, licenziamento dei lavoratori, esposizione irresponsabile al contagio. Il coronavirus non solo ci ha infettati, ma ci ha anche chiusi gli uni agli altri.

L’isolamento sociale ci ha costretti a svolgere molte attività a distanza, le attività professionali in telelavoro, così come i processi di apprendimento scolastico e universitario in e-learning.

“Non ho paura di ammalarmi. Di cosa allora? Di tutto quello che il contagio può cambiare. Di scoprire che l’impalcatura della civiltà che conosco è un castello di carte. Ho paura dell’azzeramento, ma anche del suo contrario: che la paura passi invano, senza lasciarsi dietro un cambiamento”. Lo scrive Paolo Giordano nel suo ultimo libro Nel contagio.

Dio non manda la sofferenza al mondo. Credere questo è supporre che, se può evitarlo, non lo fa. Seguendo le parole del teologo francescano Michael Patrick Moore, Dio è presente, soffrendo e anche salvando. Soffre con dolore e angoscia, per il nostro egoismo, la discriminazione, la mancanza di empatia di fronte al dolore degli altri, l’arroganza e l’irresponsabilità. Salva attraverso coloro che rischiano la vita perché altri vivano.

Il Dio a cui tanto spesso ci rivolgiamo non ci abbandona, perché non è solo il Dio della vita, ma è il DIO NELLA VITA. Solo, dobbiamo sapere come riconoscerlo nella vita e, ora, in questa pandemia.

Claudio Jorquera, Liza Muñoz, Gustavo Cano y Lorena Jiménez