La Strenna del Rettor Maggiore per l’anno prossimo invita tutti noi in modo concreto a confrontarci con l’ideale che dobbiamo raggiungere con i nostri giovani nel 2020. Nelle attuali condizioni, nei nuovi contesti sociali e culturali, indubbiamente è un compito complesso perché frutto di un delicato rapporto pedagogico in cui il giovane è protagonista di questo processo. Una testimonianza della vita di Don Bosco potrebbe illuminarci:

Una domenica, Carlo Buzzetti (uno dei primi ragazzi di Don Bosco) arriva all’Oratorio accompagnato dal fratello minore. Si chiama Giuseppe ed è appena arrivato da Caronno Varesino, il suo piccolo paese. Era un ragazzo pallido, era molto spaventato.

– “Don Bosco, questo è mio fratello Giuseppe. Ha solo dieci anni”.

– “Sono amico di tuo fratello, e sarò anche tuo”, gli dice sorridendo Don Bosco. “Dove lavorerai?”

– “Con Carlo. Ma ho paura del padrone” gli dice il piccolo.

Giuseppe si affezionò molto a Don Bosco e gli stava sempre vicino. Quel primo pomeriggio, prima di lasciare l’Oratorio, gli disse:

– “Don Bosco, non mi lasci solo. Venga a trovarmi”.

Don Bosco il giorno seguente andò al cantiere a trovarlo. Il responsabile dei lavori gli chiese: “Cosa vuole?”

– “Sono incaricato dei bambini della famiglia Buzzetti, devo occuparmi dei loro figli la domenica e durante la settimana. Giuseppe, il più piccolo, è arrivato ieri. Dove sono?”

Carlo e Giuseppe, che avevano sentito la voce di Don Bosco, lo chiamano.

– “Siamo qui!”

Don Bosco sale sul ponteggio. E per quei ragazzini vedere Don Bosco e potergli parlare al lavoro è un momento di festa.

Giuseppe si lamenta:

– “La latta di calce è troppo pesante per me, e la giornata è lunga”.

– “Vieni con me. Andiamo a parlare col capo” gli risponde Don Bosco.

Don Bosco spiega poi a quell’uomo, duro, ma non cattivo, che è disposto a garantire per la buona condotta e l’impegno di quei ragazzi, ma che il capo deve commisurare la fatica all’età dei ragazzi:

– “È ancora un bambino! Come gli si può caricare sulle spalle un cubo di calce?”

Don Bosco inizia così, con gesti concreti, a salvare i giovani che visita nei loro luoghi di lavoro. Qualcuno gli mostrato la necessità di imparare a leggere e scrivere, di saper fare le quattro operazioni fondamentali… E così trova le ore giuste o le persone giuste per insegnarglielo.

Formare Buoni Cristiani e Onesti Cittadini è il risultato di relazioni profonde e creative dove il giovane è al centro della relazione, come dice l’educatore Paulo Freire: “I giovani vengono educati attraverso il dialogo, l’empatia e autentica curiosità” – un’intuizione molto vicina allo stile del nostro fondatore.