(ANS – Roma) – Anche nel 1925 la solennità del Sacro Cuore di Gesù cadeva il 19 giugno: e quel giorno, a Laitumkhrah, nel distretto di Shillong, Nord-Est dell’India, vengono amministrati i primi due battesimi frutto di una missione salesiana che nel breve volgere di pochi anni avrebbe portato a una fioritura senza precedenti della Chiesa locale. Vengono battezzati un pagano e un protestante, quasi a simboleggiare i due ambiti cui era destinato l’apostolato di don Costantino Vendrame: missionario con la forza della fede e la suadente dolcezza della carità tra quelli che non avevano ancora ascoltato il nome di Gesù, o tra quanti lo conoscevano ma in opposizione spesso pregiudiziale a “Roma”.

Davvero per don Costantino il Sacro Cuore era tutto: ed egli in ogni possibile modo ne propagava la devozione, unendovi quella a Maria.

Era sempre il Sacro Cuore a scandire tante sue tappe. Così il 14 ottobre 1924 – ancora a Torino pochi giorni dopo avere ricevuto la croce missionaria (5 ottobre) e in attesa di ripartire per Venezia, dove si sarebbe imbarcato per l’India – egli scrive sul retro di un’immaginetta: “Sacro Cuor di Gesù, tutto ho confidato in voi, tutto ho sperato da voi e non sono rimasto confuso”.

Poco dopo, ormai sulla nave, egli medita e fa meditare “Incontro al Re d’Amore”, un’opera incentrata sul “troppo grande amore” con cui Egli ci ha amato: “Tutto è qui: tutto il Vangelo, tutta la Legge. Vi ho amato […]”, “V’ho amato più della mia vita, perché la vita mia l’ho data per voi – e quando s’è data la propria vita, s’è dato tutto”. Questa fu la preparazione più immediata di don Vendrame all’approdo in India: guardare all’amore di Gesù, imitarlo nel dono di sé. Gli riuscirà pienamente.

Don Costantino Vendrame sarà da quel momento, per migliaia di persone, per i suoi stessi confratelli, per altri “santi” (come mons. Stefano Ferrando, mons. Oreste Marengo, …), “Gesù che passa”: non un predicatore della Parola, ma uno in cui la Parola s’è fatta carne, un libro in cui leggere per capire chi è Cristo e come esserne apostoli.

“Ricordiamo don Vendrame come un prete che ci ha amato con il cuore di Cristo, caldo e umano, forte e fedele, e pronto a dare la sua vita per noi. Nessun sacrificio era troppo per lui nel suo lavoro come Pastore d’anime”, testimonia una missionaria.

L’impegno di imitazione era dunque diventato grazia di conformazione, ed egli la esplicava in tutto: nel suo camminare alla ricerca della gente, nel non aver pietra dove posare il capo, nella familiarità ai piccoli, ai poveri e agli ultimi, nella gioia di una povertà condivisa, nella potenza della sua intercessione orante… “Don Costantino – troviamo scritto – come Don Bosco non apparteneva a sé; era di tutti e tutti avevano il diritto di approfittare di lui, di ‘mangiarlo’, avrebbe detto il S. Curato d’Ars”.

Certifica a suo riguardo il Servo di Dio Mons. Oreste Marengo: “Per me egli fu un Salesiano che come Don Bosco pensava, parlava e giudicava sempre in termini di anime da salvare, uno che ha mai pensato a sé. Se ha commesso uno sbaglio, fu quello di trascurarsi troppo perché non vedeva altro che il bisogno delle anime: il cibo ed il riposo erano le ultime cose a cui pensava. […] Come non si curava di sé, così non ha mai minimamente cercato se stesso nel suo lavoro. Soltanto dal Sacro Cuore di Gesù attinse la sua sete di anime. La sua austerità fu soltanto superata dalla sua compassione per i poveri”.

Così, quella al Sacro Cuore non era tanto una devozione – devozione pur diffusissima all’epoca e di cui egli concorse al radicarsi –. Era il nucleo stesso del Vangelo. Negli anni ‘30, raccogliendo il suggerimento di un bambino, don Vendrame decise di dedicare al Sacro Cuore la chiesa che voleva sorgesse a Mawlai – allora un luogo con appena 5 cattolici – poi benedetta nell’aprile 1935 dall’altro grande missionario salesiano nons. Luis Mathias, neo-Vescovo di Madras. Mawlai, con quel suo santuario, divenne vero centro di irradiazione del Sacro Cuore in tutta l’area: ma a don Costantino interessavano anzitutto le pietre vive, interessavano anime che si lasciassero “regnare” da Gesù, che non gli rifiutassero nulla. Questo era stato il senso più autentico della sua stessa vita.

Ormai gravemente malato, mentre lo trasportavano in ospedale, disse: “Valeva la pena soffrire per vedere tanti trionfi della grazia!”. Una bella biografia di don Costantino Vendrame, scritta dal Vicepostulatore della Causa, don Barnes L. Mawrie, SDB, s’intitola: Burn out for Christ, (Consumato per Cristo). Oggi il burn-out è una forma di esaurimento che colpisce molte persone, ne inficia le dinamiche lavorative e ne compromette seriamente le relazioni e la qualità di vita: anche don Vendrame visse dinamiche di fatica, fame, sete, solitudine, qualche volta disprezzo e rifiuto. Dal non avere nemmeno il tempo per mangiare, era passato al lasciare che gli altri mangiassero lui, al darsi totalmente, al farsi cibo. Ma non si era mai esaurito: aveva vissuto e dalla sua vita era passata vita per gli altri.

Era il mistero del Sacro Cuore, cui aveva ispirato tutta la missione; di Gesù Corpo donato e Sangue versato, che egli riceveva, donava e adorava, orante nelle notti, finalmente solo davanti al Tabernacolo.

Don Pierluigi Cameroni,

Postulatore Generale delle Cause dei Santi della Famiglia Salesiana